Secondo il Rapporto Brundtland della Commissione Mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (1987), ma anche secondo l’Agenda 2030 (2019) delle Nazioni Unite e i suoi 17 SDGs (Sustainable Development Goals), cioè i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, la sostenibilità viene definita come una condizione di sviluppo tale da “assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”.

In conseguenza agli Accordi di Parigi, gli obiettivi di sostenibilità che i Paesi sottoscrittori si sono dati, da raggiungere entro il 2030 sono:

  • la riduzione dei gas serra del 40 per cento rispetto ai livelli del 1990;
  • il 32 per cento di fabbisogno energetico attraverso fonti rinnovabili;
  • il 32,5 per cento del miglioramento dell’efficienza energetica rispetto al 1990.

In conseguenza di ciò, ai sensi della direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), adottata nel 2021 dalla Commissione Europea, dal 2024 il bilancio di sostenibilità sarà obbligatorio per tutte le aziende, indipendentemente dall'essere quotate in borsa, che abbiano più di 250 dipendenti, un bilancio annuo superiore ai 43 milioni di euro e un fatturato superiore ai 50 milioni.

Si stima che in Italia saranno circa 6.000 imprese a doversi adeguare dal 2024 a questa normativa europea, con un probabile effetto a cascata sulla filiera che coinvolgerà migliaia di altre imprese di medie dimensioni. A livello europeo, entro il 2025 la platea delle società obbligate a rispettare i parametri sulla sostenibilità passerà a circa 50.000 e, dal 2026, l’obbligo di Sustainability Reporting (ovvero del bilancio di sostenibilità) verrà esteso anche a PMI che oggi non sono tenute a redigerlo. Ne consegue che, gli obblighi normativi, attualmente rivolti alle imprese di maggiori dimensioni, coinvolgeranno anche le realtà minori nel caso in cui debbano affrontare temi come la responsabilità di filiera e l'accesso al credito e alla finanza agevolata.

Si ricorda qui che l’8 febbraio 2022 il Parlamento ha definitivamente approvato il disegno di legge che prevede la modifica di due articoli della Costituzione: l’art. 9 e l’art. 41. L’articolo 9 si allarga alla tutela dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali. Con la modifica all’articolo 41, invece, sancisce che la salute e l’ambiente sono paradigmi da tutelare da parte dell’economia, al pari della sicurezza, della libertà e della dignità umana. E che le istituzioni possano orientare l’iniziativa economica pubblica e privata verso fini sociali e ambientali.

Già oggi, al di là degli obblighi delle imprese più grandi, anche per le PMI, la sostenibilità è una formidabile leva di competitività sul mercato e la sua rendicontazione sarà necessaria per lo sviluppo aziendale e per la stessa sopravvivenza, sui mercati nazionali e internazionali.

Se imprese e commercialisti si impegneranno insieme nel compiere un passaggio evolutivo e culturale sarà facile generare valore e crescita, portando benefici a loro e alla collettività, trasformando la sostenibilità da costo in vantaggio competitivo.

Le imprese dovranno organizzarsi per raccogliere le informazioni non solo economiche, che oggi sono la fonte essenziale del bilancio civilistico, ma anche quelle ambientali e sociali, per restituire agli stakeholder e alla comunità un report integrato dell’azienda. La rendicontazione non finanziaria avviene con un bilancio di sostenibilità (il metodo più scelto) o con un bilancio sociale oppure ancora con una dichiarazione non finanziaria, un report di sostenibilità o integrato.

Dunque, integrando le due fonti, una PMI sostenibile è tale se svolge un’attività economica a scopo di lucro (quindi puntando al profitto) e lo fa con responsabilità sociale, ambientale ed economica, guardando cioè, non solo al profitto odierno ma anche alle possibilità delle generazioni future, e in un’ottica di continuità e di lungo periodo.

Inoltre, anche l’area finanziaria e la relazione banca-impresa saranno radicalmente coinvolta dalla sostenibilità dell’impresa, sia sul fronte della normativa bancaria che sull’attribuzione del merito creditizio correlato ai fattori ESG. Quindi, essere impresa sostenibile, già oggi, ma ancor più in futuro, avrà un diretto impatto sul costo del capitale, sulle performance finanziarie e su una maggiore possibilità di scelta tra gli strumenti di capital budgeting. Già oggi tutte le banche, per adeguarsi alle direttive della BdI, stanno riorientandosi a differenziare la clientela business tra PMI ESG oriented e le altre, con differenziazione nei rating.

Anche la finanza agevolata, le misure cofinanziate dal PNRR, tutti gli strumenti di finanza sostenibile a disposizione delle imprese premieranno la sostenibilità e ruoteranno intorno al principio DNSH della Tassonomia Europea. Infatti, le istituzioni europee hanno già avviato un ampio programma di riforme con un piano d’azione per il finanziamento della crescita sostenibile (ad es. i “Green Bonds” o “Obbligazioni Verdi”, obbligazioni legate a progetti che hanno un impatto positivo per l’ambiente, a livello di l’efficienza energetica, produzione di energia da fonti rinnovabili, trattamento dei rifiuti o uso sostenibile dei terreni, nell’ambito delle quali la Commissione Europea ha presentato un pacchetto di misure intitolato "Energia pulita per tutti gli europei", con un ulteriore supplemento di 177 miliardi di euro all’anno per raggiungere gli obiettivi individuati per il 2030).

E a proposito del PNRR, la quota d’investimento per i progetti green è pari al 37% del totale delle risorse. Delle 6 missioni in cui sono ripartiti i 191,5 mld di euro del PNRR 59,47 mld (la quota più grossa, pari al 37% del totale delle risorse, sono destinati alla Missione 2 (Rivoluzione verde e transizione ecologica). Ma anche la Missione 1 (Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura - 40,32 mld) e la 3 (Infrastrutture per una mobilità sostenibile: 25,40 mld), riservano risorse ad investimenti a soggetti attuatori che dovranno provare la sostenibilità delle loro iniziative.

La finanza sostenibile è l'applicazione del concetto di sviluppo sostenibile all'attività finanziaria. L'idea di fondo rimane quella di garantire la “capacità di futuro”, cioè l'uso razionale delle risorse in modo da non compromettere la capacità delle risorse stesse di continuare a produrre valore nel tempo. La finanza sostenibile si pone quindi l'obiettivo di creare valore nel lungo periodo, cioè quando indirizza i capitali verso attività che non solo generino un plusvalore economico, ma in modo che siano al contempo utili alla società né superino le capacità di carico del sistema ambientale.

Nel 2016 in Italia il Testo unico bancario è stato arricchito con l’articolo 111-bis, che introduce il concetto di investimento responsabile (IR), con il quale si intende la pratica in base alla quale agli obiettivi tipici della gestione finanziaria, cioè l'ottimizzazione del rapporto tra rischio e rendimento in un dato orizzonte temporale, vengono affiancate considerazioni di natura ambientale, sociale o di governance (ESG-environmental, social, governance).


Il ruolo dei commercialisti: una grande opportunità per la categoria

Da una ricerca Nomisma su un campione di 1.162 commercialisti, in tema della sostenibilità è risultato che:

  • fra le imprese, il 65% ignora l’importanza strategica della sostenibilità e nella maggior parte dei casi chi adotta comportamenti sostenibili lo fa soprattutto per la reputazione del brand (o perché tali azioni vengono richieste, all’interno della filiera, da un’impresa cliente che necessita del bilancio di sostenibilità o di una certificazione ESG)
  • solo nel 9% dei casi le aziende che intraprendono un percorso di sostenibilità si rivolgono a un commercialista
  • appena il 6% dei commercialisti intervistati da Nomisma ritiene di avere le competenze necessarie per supportare l’impresa in una gestione sostenibile

I circa 118.000 commercialisti iscritti all’Ordine costituiscono un valore aggiunto inestimabile per le imprese, se la categoria sarà effettivamente coinvolta nel campo della sostenibilità.

Come sempre e come accade in altri temi collegati alle imprese (che dovrebbero vedere in vece noi commercialisti come protagonisti e come primi referenti per le imprese, gli avvocati (!) sono già molto presenti sul mercato ESG, così come gli ingegneri, il mondo multiforme dei fornitori di consulenze per le certificazioni e una pletora di altri ineffabili e sedicenti consulenti.

Il ruolo dei commercialisti potrò essere non solo quello di rappresentare e verificare le informazioni che confluiranno sul nuovo report di sostenibilità ma anche di supportare micro e piccole imprese non strutturate ad iniziare un percorso di sostenibilità.

Nell’ambito della sostenibilità, vi saranno molte opportunità sul piano tecnico-professionale, per intervenire su reporting, assurance, finanza, per le grandi aziende e per le PMI, ma anche per intervenire sugli enti del terzo settore e pubbliche amministrazioni.

Alle attività tecnico-professionali si aggiungeranno anche una serie di attività volte al cambiamento culturale da coltivare in proprio inizialmente e da fare maturare nelle aziende attraverso la consulenza strategica. Avrà anche una centrale funzione di intermediazione tra impresa e banca e tra impresa e pubblica amministrazione.

Dovrà avere dimestichezza con i principi di sustainability reporting, come i Global Reporting Initiative

(GRI).

Il ruolo del commercialista potrà essere di grande rilievo sia nell’ambito delle criticità inerenti al rapporto tra normativa e prassi (competenze professionali sull’analisi dei mercati finanziari e sull’applicazione dei principi procedurali), che nel contesto della consulenza strategica ai soggetti che intendano avvalersi di strumenti di sustainable finance (competenze relative alle conoscenze e alle sensibilità nella valutazione, nel risk assessment e risk management di variabili ESG, nel reporting e nella disclosure dei progetti cui tali strumenti sono connessi).

Il Dottore Commercialista dovrà riuscire a dedicare tempo e spazio professionale, mettendo a frutto la trasversalità delle sue competenze per analizzare in modo coerente e complessivo gli scenari aziendali ipoteticamente praticabili dai propri clienti. Dovrà fin d’ora far capire alle imprese medie e piccole che comportarsi sostenibilmente fornirà un vantaggio competitivo necessario per restare sul mercato.


Paolo Battaglia

Dottore Commercialista e Chartered Accountant

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